Chiesa e Convento di San Domenico (XV secolo)

Immagine tratta dal sito: http://www.lionsclubpegli.org/lcpinfrastr/storia/giorninostri/20102011storia/110204/110204_serata.html

F. Bernhard Werner Silesius, La piazza, la chiesa ed il convento di S. Domenico nella prima metà del Settecento.

Soppressi nel 1797 e demoliti nel 1825

Situati in Piazza De Ferrari, occupavano l’area dell’odierno Teatro Carlo Felice e del vicino Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti

Il complesso di San Domenico era uno dei maggiori in Genova. Molte altre chiese della città nascevano sotto la protezione di una “privilegiata” famiglia aristocratica come, per esempio, San Luca e Santa Caterina per gli Spinola, San Matteo per i Doria e, più tardi, l’Annunziata del Vastato per i Lomellini o la basilica di Carignano per i Sauli. Le chiese maggiori come, appunto, San Domenico, San Francesco di Castelletto, San Siro, San Lorenzo, ecc. vantavano una maggiore autonomia ed indipendenza, comunque sempre influenzata dall’aristocrazia cittadina. I potenti genovesi, com’era consueto, partecipavano con donazioni, disponevano direttamente la costruzione di cappelle o il loro allestimento oppure, ancora, si facevano carico del restauro di alcune parti. Le ventidue cappelle di San Domenico erano, quindi, quasi tutte sotto il patronato delle nobili famiglie: Doria, Spinola, Centurione, Sauli, Cattaneo, De Marini, Di Negro, ecc. Gli Spinola contavano ben tre cappelle, si rimanda agli approfondimenti (vedi Decorazione); in particolare, si ricorda la Cappella di Santa Caterina da Siena, assegnata introno al 1500 a Gio Batta Spinola di Luccoli, nella quale fu sepolto suo figlio, il Doge Simone Spinola. Egli commissionò il proprio sacello marmoreo con una statua che lo ritraeva in veste dogale e ordinò ad Antonio Semino due quadri, uno, il suo ritratto, l’altro, una tela religiosa dedicata alla Santa. Si cita, tra i figli di Simone, Paolo Batta Spinola perché lasciò un’ingente somma per la costruzione della Cappella di Sant’Ambrogio (all’epoca dedicata ai Santi Giovanni Battista, Caterina e Francesco da Paola) nell’omonima chiesa, oggi meglio nota come Chiesa del Gesù.

San Domenico custodiva, inoltre, il celebre monumento funebre a Francesco Spinola . Le peripezie subite da quest’opera d’arte sono descritte anche nel presente approfondimento (vedi Decorazione).

in breve

Immagine tratta dal sito: http://www.lionsclubpegli.org/lcpinfrastr/storia/giorninostri/20102011storia/110204/110204_serata.html

F. Bernhard Werner Silesius, La piazza, la chiesa ed il convento di S. Domenico nella prima metà del Settecento.

Soppressi nel 1797 e demoliti nel 1825

Situati in Piazza De Ferrari, occupavano l’area dell’odierno Teatro Carlo Felice e del vicino Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti

Il complesso di San Domenico era uno dei maggiori in Genova. Molte altre chiese della città nascevano sotto la protezione di una “privilegiata” famiglia aristocratica come, per esempio, San Luca e Santa Caterina per gli Spinola, San Matteo per i Doria e, più tardi, l’Annunziata del Vastato per i Lomellini o la basilica di Carignano per i Sauli. Le chiese maggiori come, appunto, San Domenico, San Francesco di Castelletto, San Siro, San Lorenzo, ecc. vantavano una maggiore autonomia ed indipendenza, comunque sempre influenzata dall’aristocrazia cittadina. I potenti genovesi, com’era consueto, partecipavano con donazioni, disponevano direttamente la costruzione di cappelle o il loro allestimento oppure, ancora, si facevano carico del restauro di alcune parti. Le ventidue cappelle di San Domenico erano, quindi, quasi tutte sotto il patronato delle nobili famiglie: Doria, Spinola, Centurione, Sauli, Cattaneo, De Marini, Di Negro, ecc. Gli Spinola contavano ben tre cappelle, si rimanda agli approfondimenti (vedi Decorazione); in particolare, si ricorda la Cappella di Santa Caterina da Siena, assegnata introno al 1500 a Gio Batta Spinola di Luccoli, nella quale fu sepolto suo figlio, il Doge Simone Spinola . Egli commissionò il proprio sacello marmoreo con una statua che lo ritraeva in veste dogale e ordinò ad Antonio Semino due quadri, uno, il suo ritratto, l’altro, una tela religiosa dedicata alla Santa. Si cita, tra i figli di Simone, Paolo Batta Spinola perché lasciò un’ingente somma per la costruzione della Cappella di Sant’Ambrogio (all’epoca dedicata ai Santi Giovanni Battista, Caterina e Francesco da Paola) nell’omonima chiesa, oggi meglio nota come Chiesa del Gesù.

San Domenico custodiva, inoltre, il celebre monumento funebre a Francesco Spinola. Le peripezie subite da quest’opera d’arte sono descritte anche nel presente approfondimento (vedi Decorazione).

scheda

La chiesa era lunga 360 palmi genovesi (90 metri) e aveva pianta a croce latina. Il presbiterio aveva una volta a crociera, mentre le tre navate, divise da colonne, avevano una copertura a travature lignee.

Inizialmente non esisteva l’abside semicircolare, aggiunta solo nel XVII secolo, e il coro era collocato al centro del transetto. La chiesa originaria aveva quindi una forma a T, tipica degli ordini mendicanti. La facciata fu completata intorno al 1440, molti anni dopo la costruzione dell’intero edificio; riprendeva un modello decorativo tardo-gotico ancora presente a Genova nel XV secolo ed era caratterizzata da un rivestimento a bande orizzontali bianche e nere, tipico della tradizione ligure.

Nel corso del XV secolo fu terminata la costruzione del convento mentre la chiesa fu prolungata con l’aggiunta di altre cappelle laterali, assumendo così pianta a croce latina con abside ancora rettangolare. L’esigenza di costruire nuove cappelle, o di ingrandire quelle già esistenti, era dettata dalla necessità di trovare spazio per le sepolture delle sempre più numerose famiglie nobili e borghesi che, con lasciti e donazioni, permettevano al complesso di prosperare. Questo fenomeno, già in atto nel XV secolo, ebbe il suo culmine nel Seicento, quando le cappelle furono arricchite con nuove decorazioni e opere d’arte. All’inizio del Seicento, facendo seguito al decreto del visitatore mons. Bossi, nel 1582, fu trasformata l’abside in forma semicircolare, con la volta ornata di stucchi dorati, disegnata dall’architetto lombardo Giovanni Aicardi. La volta dell’abside fu affrescata dallo Strozzi, ma già verso la fine del Settecento, secondo il Ratti, questi affreschi erano rovinati dall’umidità.

Nell’interno vi erano più di venti cappelle, arricchite con marmi pregiati e opere d’arte dei più importanti artisti genovesi soprattutto del XVII secolo, tra esse, tre cappelle sotto il patronato Spinola: del Santissimo Crocifisso, del Santo Nome del Signore e di Santa Caterina da Siena, mentre, per la cappella di San Pietro martire, sono menzionati due personaggi Spinola (vedi “Decorazione”). Si ricorda, inoltre, l’importante monumento funebre a Francesco Spinola , le numerosissime lapidi Spinola e l’accesso alla chiesa con scalinata collocato lungo il lato maggiore, verso la chiesa di S. Matteo, detta “porta di San Martino”, tutto fatto costruire da Felice Spinola di Agostino nel 1644.

Testo tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Domenico_(Genova)

storia

  • La chiesa ebbe origine da una precedente dedicata a Sant’Egidio, edificata nel XII secolo
  • Nel 1217 questa chiesa fu affidata dal governo della repubblica alla locale comunità domenicana, istituita dallo stesso Domenico di Guzmán durante un suo soggiorno a Genova tra il 1214 e il 1215. In seguito i Domenicani, acquistato un terreno adiacente da Nicolò Doria, vi fecero costruire il convento.
  • Intorno al 1250 i frati fecero edificare una chiesa più spaziosa, in grado di accogliere un grande numero di fedeli. La chiesa, nel frattempo ribattezzata con il nome del fondatore dell’ordine, subì diverse modifiche e ulteriori ampliamenti. Nel 1440, con il completamento della facciata, assunse le sue forme definitive.
  • I Domenicani dovettero abbandonare chiesa e convento nel 1797 per le leggi di soppressione degli ordini religiosi emanate dalla Repubblica Ligure; la chiesa, spogliata delle opere d’arte e degli arredi, andati in gran parte dispersi, fu trasformata in magazzino e il convento in caserma.
  • Dopo la decisione del Congresso di Vienna che nel 1814 aveva sancito l’annessione dell’ex Repubblica Ligure al regno sabaudo, le autorità locali, coerenti con lo spirito laico del tempo, avrebbero voluto smantellare l’intero complesso conventuale per rendere visibile il processo di laicizzazione della città e creare in quell’area un nuovo spazio pubblico, destinato a divenire luogo d’incontro sociale e culturale; in particolare essi rinnovarono la richiesta di poter costruire un nuovo teatro sul sito già occupato dalla chiesa. Da parte loro, le autorità statali sabaude, pur favorevoli a permettere la demolizione della chiesa, erano tuttavia interessate a conservare i locali del convento, trasformati in caserma, per disporre di uno strumento di controllo sulla città. Perciò il 2 giugno 1818 il re Vittorio Emanuele I autorizzava la sola demolizione della chiesa, negando inizialmente quella della caserma sistemata nell’ex convento. Negli anni seguenti, con gli sviluppi urbanistici che venivano maturando e che avrebbero fatto dell’antica piazza San Domenico un punto cruciale della nuova viabilità cittadina, anche questo edificio fu demolito.
  • Nel 1825 venne indetto il concorso per un nuovo teatro dell’opera: il capitolato dei lavori prevedeva che l’edificio sarebbe sorto sull’“area del convento e della chiesa di San Domenico, edifici già ridotti fin dal 1797 a magazzini e a caserma”.
  • Il complesso di San Domenico fu quindi demolito e sull’area fu costruito il teatro Carlo Felice, su progetto dell’architetto genovese Carlo Barabino. Il teatro fu inaugurato nel 1828.
  • Il progetto prevedeva inizialmente anche la costruzione sulla stessa area di una nuova caserma, ma poi l’idea fu accantonata e al suo posto fu costruito il palazzo, completato nel 1831, destinato a sede dell’Accademia Ligustica e della biblioteca Berio.

Testo tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Domenico_(Genova)

decorazione

Tutte le citazioni e le notizie sono tratte da: William Piastra, Storia della Chiesa e del Convento di San Domenico in Genova, Tolozzi editore, Genova 1970.

Cappella del Santissimo Crocifisso: «Degli Spinola detti di Filigella, fu istituita da Lucchinetta figlia di Francesco Spinola prima moglie di Raffaele Imperiale e in seconde nozze di Federico Spinola. La quale signora in virtù di un suo codicillo ricevuto dal notaio Agostino Semino il 20 luglio 1505 lasciò in dotazione 20 luoghi di S. Giorgio con obbligo di una messa perpetua.

Detta cappella come l’altare della Resurrezione, stava un tempo in mezzo fra la cappella del Rosario e l’altra vicina dedicata a S. Maria Maddalena. Ma nel tempo in cui detta cappella del Rosario veniva riconosciuta in forma più elegante, quella del Santissimo Crocifisso fu tolta da detto luogo, con il consenso di Violantina figlia di Giacomo Spinola e moglie di Paolo Serra, restando colà assicurato il sepolcro della sua famiglia, e fu innalzata sotto gli organi con lo stesso diritto onorifico e gli stessi privilegi di cui era prima consueta godere».

Cappella del Santo Nome del Signore: «Come si può rilevare dalla pianta disegnata da Giacomo Brusco nel 1808, trovasi a capo della navata di destra.

Ne aveva giuspatronato la famiglia Spinola la quale, per volere di Emanuele e Raffaele Spinola, l’aveva fatta fabbricare nel 1423. “Allora la predetta cappella era celebrata sotto il titolo di S. Bartolomeo Apostolo. Quindi, avvenuta la canonizzazione di S. Giacinto del nostro Ordine, nel 1594 fu chiamata con il di lui nome. (…). (…) i confratelli del sodalizio del Santo Nome del Signore ottennero detta cappella col consenso dei Signori Spinola per restaurarla ed erigerla sotto il titolo della loro confraternita, ma senza alcun dominio, come negli atti del notaio Giulio Romairone del 15 giugno 1612”. La tavola locata sopra l’altare era di mano di Giulio Cesare Procaccini e raffigurava “Il mistero della Circoncisione del Signore”. (…) All’esterno, in alto a sinistra della cappella, stava murata la parte superiore del monumento funerario a Francesco Spinola: il liberatore di Gaeta dalle armi di Alfonso d’Aragona e di Genova dalla Signoria dei Visconti, morto nel 1442 a Finale Ligure. In origine quando stava nell’ambio del coro vecchio, il monumento si componeva (…) (anche) di un sarcofago raffigurante il “Trionfo di Bacco”». (Vedi di seguito per la descrizione completa del monumento a Francesco Spinola).

Cappella di Santa Caterina da Siena: «Sul suo principio non aveva patrono. Tra il 1499 e il 1501 “fu da’ padri assegnata et investita al Sig. Gio. Battista Spinola q. Simone et alla Signora Margaritina sua moglie e da essi signori fu dotata di 20 luoghi”. Dote confermata nel 1540 da Simone figlio ed erede “con la condizione che il reddito dei luoghi dovesse servire in perpetuo solo ai restauri della Chiesa”. Più tardi “il predetto Simone, il 26 aprile 1547, elargì una elemosina per il restauro del nostro convento. E nel 1567, assunto lo scettro regale della Serenissima Repubblica, curò che detta cappella fosse rifatta e vi fece costruire il proprio sepolcro marmoreo; inoltre ordinò un quadro con S. Caterina per mano di Antonio Semino e dispose che vi fosse effigiato il suo ritratto naturale, dallo stesso pennello”.

Eletto doge il 15 ottobre 1567 Simone Spinola si spense pochi giorni prima che terminasse il suo dogato: 3 ottobre 1569. Fu sepolto nel “suo magnifico deposito marmoreo con statua giacente in abito di doge”, con la seguente iscrizione

D.O.M.

SIMON SPIULA CONSILIO PIETATE

AC ELOQUENTIA ADMIRABILIS MIRO

CIVIUM CONSENSU DUX ELECTUS CUM

REIPUBLICAE SUMMOPERE PROFUISSET

DUCALE ADHUC MUNUS SUSTINENS

OBIIT ANNO SALUTIS MDLXIX»

Cappella di San Pietro Martire: «Scrive il De Agostini: “Altrimenti sotto il nome di S. Ludovico del nostro Ordine, non avendo dote era sotto il patrocinio di certi Stefano e Gio. Battista Spinola, figli di Pietro, che nella festività di tale Santo erano consueti offrire al nostro Convento un pranzo”». Il 20 febbraio 1627 i Padri la concessero a Ottavio Correggia ma la convenzione stipulata non ebbe seguito, quindi, nel 1650, i domenicani la offrirono a Michele Oliva di Battista che promise di fare delle donazioni e di lasciare una certa cifra quando fosse morto.

La cappella era decorata con l’ancona del Santo eseguita da Pietro Vivaldo, opera andata persa e, in seguito, da un quadro raffigurante sempre S. Pietro di Domenico Fiasella.

Monumento funebre a Francesco Spinola: nel suo libro, Storia della Chiesa e del Convento di San Domenico in Genova, William Piastra, rifacendosi ad una fonte privilegiata ossia, Frate Tommaso De Agostini, con il suo Elenchica Synopsis, idest strictum ac verum compedium fundationis, incrementi obbligationis, et redditus celeberrimi Conventus Divi Dominici Januae, dedica un piccolo approfondimento (pp. 38-40) al monumento funebre di Francesco Spinola.

In origine si trovava nell’ambito del coro vecchio composto nella sua integrità, ossia, dall’altorilievo del patrizio a cavallo più il sarcofago greco-romano raffigurante il Trionfo di Bacco, quest’ultimo, dono della città di Gaeta a perenne riconoscenza verso il condottiero genovese che tanto si era prodigato per liberarla.

Piastra continua dicendo che il Visitatore Apostolico, Monsignor Francesco Bossi, ritenne poco conveniente quel sarcofago in luogo di culto, poiché portava scolpito un tema pagano, perciò ordinò che fosse rimosso e così nel 1593 fu trasferito, insieme con l’altra parte del monumento, in alto a sinistra della cappella del Santo Nome del Signore, patronato Spinola (vedi sopra).

Nel 1625 i Padri domenicani vollero definitivamente toglierlo dalla chiesa e lo fecero porre nella sacrestia. Qui assunse tutt’altra funzione rispetto a quella per cui era stato fatto e divenne un grande bacile in cui i sacerdoti si lavavano le mani prima di celebrare. Nel 1638 Francesco Maria Spinola di G. Battista chiese al convento che l’opera fosse restituita alla famiglia Spinola, cosa che avvenne non senza suscitare polemiche. Esso fu trasferito in via Luccoli, nel palazzo del marchese Giambattista Spinola quondam Francesco Maria e qui stette per oltre duecento anni fintanto che la dimora fu venduta poco prima del 1846. Si prospettò allora un nuovo trasferimento in altra abitazione della famiglia Spinola sita in via Giulia; in seguito, venduta anche questa (1863), finì in un portico di vico Fasciole, attiguo all’archivolto di S. Siro. Fu infine acquistato dal Comune di Genova nel 1869.

L’altorilievo con Francesco Spinola a cavallo rimase invece all’interno della chiesa fino al 1824, fu quindi ritirato dagli Spinola. Rimase probabilmente immagazzinato per circa mezzo secolo fino a quando il marchese Franco Gaetano Spinola decise di farlo sistemare nel cortile del suo palazzo di Pellicceria.

bibliografia

  • William Piastra, Storia della Chiesa e del Convento di San Domenico in Genova, Tolozzi editore, Genova 1970.
  • Tommaso De Agostini, con il suo Elenchica Synopsis, idest strictum ac verum compedium fundationis, incrementi obbligationis, et redditus celeberrimi Conventus Divi Dominici Januae, Manoscritto del XVII secolo, conservato presso la Biblioteca dell’Università di Genova.
  • Giuseppe Marcenaro, Francesco Repetto, Dizionario delle Chiese di Genova, vol. II, Edizioni Tolozzi, Genova 1974
  • Carlo Giuseppe Ratti, Instruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova in pittura, scultura ed architettura, ecc., Genova 1780
  • Patrizia Marica, La chiesa e il convento di San Domenico, in La Casana, n.2/1998 (vedihttp://www.gruppocarige.it/gruppo/html/ita/arte-cultura/la-casana/1998_2/arte.htm)
Categorie di repertorio