Chiesa e Convento di Santa Maria di Castello (XI secolo)

Salita di Santa Maria di Castello, 15 – Genova

Sito: http://www.santamariadicastello.it/ foto tratta www.wikipedia.org

Faceva parte della Chiesa di Santa Maria di Castello la Cappella Spinola, detta anche Cappella di Ognissanti. Fu concessa in giuspatronato nel 1499 a Teodorina Lomellini vedova di Domenico Spinola fu Eliano . Quest’ultimo fu personaggio di grande spicco della Famiglia, passato alla storia per le sue doti imprenditoriali, la grande magnanimità e ricordato per il suo amore per arte. Si riporta di seguito la genealogia di questo ramo della famiglia, (tratta dal Manoscritto 491 dell’Archivio di Stato di Genova).

Teodora provvide alla sua costruzione, decorazione e arredo, quindi, il nuovo sacello sopravvisse a lungo, fino alla metà del XIX secolo, quando nel 1847 purtroppo fu demolito.

Oggi, a memoria della sua esistenza, si conservano poche ma significative testimonianze: la celeberrima Pala di Ognissanti (1513), detta anche Incoronazione della Vergine o Paradiso o Vocazione dei Giusti di Ludovico Brea, trasferita nel Museo ivi presente, una targa commemorativa dell’accaduto con relativo trasferimento del giuspatronato ad altra Cappella, quella di San Tommaso d’Aquino e alcuni frammenti marmorei, ricollocati appunto in quest’ultima.

La Pala di Ognissanti ritrae, tra la folla di oltre duecento figuranti, la committente Teodorina Spinola insieme ai suoi due figli, Giovanni e una ragazza, di cui, fino ad ora, non si conosce il nome.

in breve

Salita di Santa Maria di Castello, 15 – Genova

Sito: http://www.santamariadicastello.it/ foto tratta www.wikipedia.org

Faceva parte della Chiesa di Santa Maria di Castello la Cappella Spinola, detta anche Cappella di Ognissanti. Fu concessa in giuspatronato nel 1499 a Teodorina Lomellini vedova di Domenico Spinola fu Eliano. Quest’ultimo fu personaggio di grande spicco della Famiglia, passato alla storia per le sue doti imprenditoriali, la grande magnanimità e ricordato per il suo amore per arte. Si riporta di seguito la genealogia di questo ramo della famiglia, (tratta dal Manoscritto 491 dell’Archivio di Stato di Genova).

Teodora provvide alla sua costruzione, decorazione e arredo, quindi, il nuovo sacello sopravvisse a lungo, fino alla metà del XIX secolo, quando nel 1847 purtroppo fu demolito.

Oggi, a memoria della sua esistenza, si conservano poche ma significative testimonianze: la celeberrima Pala di Ognissanti (1513), detta ancheIncoronazione della Vergine o Paradiso o Vocazione dei Giusti di Ludovico Brea, trasferita nel Museo ivi presente, una targa commemorativa dell’accaduto con relativo trasferimento del giuspatronato ad altra Cappella, quella di San Tommaso d’Aquino e alcuni frammenti marmorei, ricollocati appunto in quest’ultima.

La Pala di Ognissanti ritrae, tra la folla di oltre duecento figuranti, la committente Teodorina Spinola insieme ai suoi due figli, Giovanni e una ragazza, di cui, fino ad ora, non si conosce il nome.

scheda

Il complesso, costituito da chiesa, convento e chiostri, si presenta come un insieme di volumi che si sviluppano lungo la salita che conduce verso la sommità del colle, antica sede del castello vescovile.

L’interno, ampio e luminoso, ha pianta basilicale romanica a tre navate con colonne e capitelli romani di reimpiego che sostengono gli archi romanici e un finto matroneo sopra gli archi. Il soffitto, in origine a capriate lignee, è formato da volte con crociere a costoloni, realizzate intorno al 1468. Lungo ciascuna delle navate laterali si aprono cinque cappelle: quelle di sinistra furono realizzate nella seconda metà del XV secolo, mentre le cinque di destra risalgono al XVI secolo.

La chiesa, in stile romanico, attraverso la concessione delle cappelle alle grandi famiglie della nobiltà genovese ha incrementato durante i secoli il proprio corredo artistico, specie pittorico e scultoreo, con opere dei più importanti artisti liguri che vanno dal Quattrocento al Settecento.

Testo tratto da file:///F:/S.M.Castello/Chiesa%20di%20Santa%20Maria%20di%20Castello%20%28Genova%29%20-%20Wikipedia.htm

La Cappella Spinola di Ognissanti era collocata in esterno rispetto al corpo della chiesa, presso la porta destra della facciata. Essa appariva come un volume a se stante, presumibilmente a pianta quadrata con uno sviluppo verticale pari a quello delle attuali navate laterali. Era, perciò, un alto parallelepipedo addossato al prospetto principale, decorato a bande bianche e nere, coronato da una copertura a cupola, sormontata da una lanterna. La sua immagine è stata immortalata in un dipinto ex voto, datato 1684 (eseguito in occasione del bombardamento navale francese su Genova), conservato in una sala del convento appositamente adibita a custodire le opere di devozione dei fedeli, inoltre, se ne osserva il fianco anche nella pala d’altare della Cappella del Beato Sebastiano Maggi. Quest’ultima tela, datata 1793, rappresenta l’Arrivo del Beato davanti alla chiesa di Castello, opera di Francesco Zignago. La Cappella di Ognissanti fu concessa in giuspatronato alla famiglia Spinola, in particolare a Teodorina Lomellini, vedova di Domenico Spinola fu Eliano, il 12 aprile 1499. La nobildonna s’impegnò con i Domenicani ad erigerla entro un anno e, nel caso in cui ciò non fosse avvenuto, i frati avrebbero concesso al Capitano Brizio Giustiniani il medesimo privilegio. I lavori iniziarono, invece, prontamente ed il 7 agosto 1500 i Domenicani rinnovarono la facoltà e lo ius a Teodorina Spinola. La nobile ricordò ancora, nel suo ultimo testamento datato 20 aprile 1550, la sua Cappella gentilizia, lasciandole 20 luoghi in San Giorgio. (Notizie tratte da Raimondo Amedeo Vigna,Illustrazione storica, artistica ed epigrafica dell’antichissima chiesa di S. Maria di Castello in Genova, Genova 1864, pp. 197-202, in particolare, pag. 201, nota 1). Si conosce il contratto con Giacomo e Andrea di Campione per le pietre di Promontorio e i marmi di Carrara necessari alla sua costruzione, infatti, in esterno, come accennato, presentava la tradizionale decorazione genovese a liste bicrome, mentre, l’interno era arredato con marmi finemente lavorati accostati presumibilmente a dorature. Sembra che alcuni di questi capolavori dell’arte scultorea siano stati trasferiti nella Cappella di San Tommaso d’Aquino, dove ancora oggi si vedono.

Vigna (ibidem, 1864) ritrovò in un manoscritto del convento la trascrizione di una targa collocata nella Cappella che informava circa il suo restauro e abbellimento avvenuto nel 1653 ad opera del discendenteMario Spinola, figlio di Agostino e Anna Doria. Nella lapide si leggeva:

Marius Agostini Spinule et Anne Dorie Fil.

Sacellum hoc a Maioribus Antiquitus erectum

elegantiori forma exornandum curavit

Anno Salutis MDCLIII.

La cappella sopravvisse a lungo, fino al 1847, quando fu demolita. Vigna (ibidem, 1864), scrisse in proposito: «In questo luogo restò la Cappella d’Ognissanti sino al 7 gennaio 1847, in cui i padri atteso lo sconcio che faceva agli occhi dei riguardanti, deliberarono di atterrarla trasferendone il titolo e il gius onorifico degli Spinola nella Cappella allora di S. Tommaso d’Aquino; ciò che fecero affiggendo nella sinistra parete un’epigrafe memorativa dell’operato:

Aram et Lud. Breae tabulam quae in

sacello ab Eliano f. Carrocii Spinula ubi

loci nunc templi dextrorsum patet adi-

tus iam ab anno MCCCCLXXIII constructo

extiterant successori annventi iurepa-

tronatus servato D. Dom. Frates huc

transferri curarunt anno MDCCCXLVII».

Il giudizio negativo sull’esteriorità della Cappella, (…lo sconcio che faceva agli occhi dei riguardanti…), espresso dai frati si inquadra in un momento poco felice per l’intero complesso. Nella prima metà del XIX secolo chiesa e convento versavano in uno stato di degrado, dopo essere stati occupati dalle truppe dell’esercito sardo-piemontese e la conseguente espulsione dei frati, decretata dalla legge Cavour-Rattazzi relativa la soppressione delle corporazioni religiose (1855). Il convento fu in parte venduto allo Stato ed inserito in un programma di speculazione edilizia che si attuò nel 1870. In questo clima rivoluzionario, apportatore di grandi cambiamenti e molto lontano dall’attuale sensibilità alla conservazione che ormai ci appartiene, s’inserisce l’intervento di padre Alberto Cottolengo, principale promotore dell’iniziativa. Egli attuò, tra il 1859 ed il 60, un più globale intervento di ripristino, insieme con il già citato padre Amedeo Vigna e Vincenzo Marchese. Questi affidarono i primi importanti lavori di ripristino all’architetto e pittore Maurizio Dufour, coadiuvato da Luisa Piaggio Mussini. Il loro obiettivo era di far riemergere l’antica chiesa romanica, ripulirla dagli “orpelli” che si erano sedimentati sulla chiesa nel corso dei secoli, in linea con quelli che allora erano i principi guida del restauro.

Si rileva, invece, un errore nell’epigrafe latina, l’anno di costruzione non fu il 1473, come riportato, ma il 1499. Ciò nonostante la lastra fornisce importanti notizie: nel 1847 lo ius passò alla Cappella di San Tommaso d’Aquino che cambiò nome diventando Cappella di Ognissanti, si spiega così perché alcuni marmi della distrutta Cappella Spinola si trovino qui. In secondo luogo, dice che vi furono trasferiti l’altare e la tavola di Ludovico Brea (vedi Decorazione).

Oggi sulla parete sinistra di detta Cappella questa targa non esiste più, però, i Domenicani pensarono con lungimiranza a tramandarne la memoria e fecero realizzare una terza nuova epigrafe marmorea che sostituisse e completasse le precedenti.

L’iscrizione latina è di grande importanza per due ragioni. In primo luogo perché è l’ultima concreta testimonianza superstite della storia della Cappella Spinola e, secondariamente, perché espone come si concluse la vicenda. Il giuspatronato, passato nel 1847 alla Cappella di San Tommaso d’Aquino che contestualmente fu re intitolata ad Ognissanti, si mantenne tale fino al 1874. Trascorsi soli ventisette anni, la Cappella di Ognissanti ritornò ad essere devota all’originario Santo, infatti, nel 1874, gli ultimi eredi, Anna Spinola fu Massimiliano, assieme al marito, Carlo Giuseppe Cambiaso, Cavaliere Mauriziano e Dottore in legge, lasciarono il giuspatronato a favore dell’allora Parroco della Chiesa, Tommaso Campo Antico. Egli fu artefice di numerosi cambiamenti all’interno del tempio cristiano, in particolare, per quanto riguarda la Cappella di Ognissanti, non solo perse l’intitolazione, ma venne completamente rifatta, perdendo sia l’altare sia la tavola del Brea. Nel recentissimo contributo (2014) su Santa Maria di Castello di Gilardi e Badano, (crf. Bibliografia), si legge: (Cappella di San Tommaso d’Aquino) «(…) furono collocati nel 1874 l’altare marmoreo già della cappella dei Ragusei, opera di Giovanni Maria Pambio (1595) e la tela di Domenico Piola (1627-1703) raffigurante San Tommaso d’Aquino in adorazione del Santissimo Sacramento mentre compone l’ufficio del Corpus Domini (1660). (…) Ai lati i monumenti funebri di Giuseppe Filippo Campo Antico e Anna Pavero, genitori del parroco Tommaso Campo Antico, che nel 1874 finanziarono il restauro di questa cappella, scolpiti da Domenico Carli (1828-1912)». L’altare Spinola fu, con probabilità, demolito, mentre la Pala di Ognissanti fu trasferita o in una differente cappella (s’ipotizza, per logica, che fosse l’attuale Cappella di San Biagio, dove appunto, si trova l’epigrafe) o archiviata, per riapparire in tutta la sua bellezza, nell’attuale Museo di Castello. Rimangono, secondo quanto tramandato, alcuni paramenti marmorei ad ornare le pareti che, dall’osservazione diretta, è plausibile identificare in quelli d’angolo .

L’ultima osservazione è rivolta alle tombe Spinola presenti in Santa Maria di Castello, per le quali, la fonte principale rimane il testo del Vigna (ibidem, 1864). Vi era un sepolcro di Famiglia nell’antica Cappella Spinola datato contestualmente alla realizzazione della stessa (1500), dove Vigna attesta la tomba di Mario Spinola, inumato l’8 aprile 1661. Lo stesso autore presume che lì vi fossero anche altri personaggi, in particolare, Teodorina. Egli riporta quindi, altre lapidi presenti nella Chiesa: di Battista Spinola di Luccoli fu Giovanni, datata 1469; di Bartolomeo Spinola fu Benedetto, datata 1528; di Ambrogio Spinola e di sua moglie Brigida, datata 1565; infine, trascrive la notizia che in Castello vi fu sepolto anche il Senatore Felice Spinola, padre del Doge Agostino e discendente dallo stesso ramo della Famiglia (vedi Genealogia).

storia

Secondo la tradizione un primo luogo di culto mariano in questo luogo sarebbe stato costruito per volere del re longobardo Ariperto nel 658, ma le prime notizie documentate risalgono all’XI secolo. La chiesa sorgeva a poca distanza dal castello fortificato del vescovo, costruito fra il IX e il X secolo sulla sommità del colle, sul sito già occupato da fortificazioni preromane, romane e bizantine. La presenza del castello vescovile, nei pressi del quale intorno all’XI secolo si era insediata anche la potente famiglia feudale degli Embriaci, fece di quest’area, al riparo dalle scorrerie dei saraceni grazie alla sua posizione arroccata, la sede del potere politico e religioso cittadino.

La chiesa attuale fu costruita nella prima metà del XII secolo da maestranze antelamiche sui resti di quella più antica, della quale nella cappella del battistero si conservano alcune sculture. La nuova chiesa aveva tre navate con copertura a capriate lignee, transetto e tre absidi. Per la costruzione furono impiegati materiali di recupero come colonne in granito e capitelli corinzi di epoca romana, risalenti al III secolo, sapientemente integrati nel nuovo edificio dai maestri antelami. La chiesa, consacrata nel 1237 da Geroldo di Losanna, Patriarca di Gerusalemme, era già collegiata in epoca precedente alla ricostruzione e tale rimase fino al 1441, quando con una bolla del papa Eugenio IV fu assegnata ai Domenicani. I frati ne presero possesso solo il 13 novembre 1442, poiché per oltre un anno i canonici, sostenuti dall’arcivescovo Giacomo Imperiale, si opposero all’arrivo dei Domenicani, ai quali erano state assegnate tutte le proprietà e le rendite della chiesa. Dopo l’arrivo dei Domenicani, nella seconda metà del Quattrocento il complesso fu ampliato e divenne un importante polo culturale: acquistando proprietà adiacenti alla chiesa fu costruito il convento e realizzati i tre chiostri e la sacrestia. A questo periodo risale la costruzione del primo chiostro (1453 -1462) con gli affreschi nella volta del loggiato e nelle pareti, di cui resta la celebre “Annunciazione” di Giusto di Ravensburg (1451). Inoltre i Domenicani trasformarono il tetto della chiesa, a capriate di legno, in una volta a crociere in muratura. Tra il XV e il XVII secolo numerose famiglie patrizie fecero costruire lungo le navate laterali le loro cappelle gentilizie, arricchite da opere d’arte dei maggiori artisti dell’area genovese. Nel XVI secolo furono modificate le absidi e costruita la cupola, ma dalla seconda metà del XVII secolo il complesso visse un periodo di declino e i Domenicani furono costretti ad affittare alcuni locali del convento. La chiesa subì gravi danni per il bombardamento navale francese del 1684.

Il convento fu risparmiato dalle leggi di soppressione del 1797, ma nella prima metà del XIX secolo si trovava in stato di degrado. Parzialmente espropriato dallo Stato nel 1859 a seguito della legge Rattazzi del 1855, parte del convento nel 1870 fu trasformata in appartamenti, sopraelevando anche i loggiati dei chiostri. Nello stesso periodo fu affidato all’architetto Maurizio Dufour l’incarico di restaurare l’interno della chiesa, mettendo in luce le parti medioevali, coperte nel tempo da uno spesso strato di intonaco. Lo stesso Dufour realizzò l’affresco nella volta del coro, raffigurante “Dio Padre in gloria”. La chiesa fu colpita da bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale, una prima volta nel 1942, quando le macerie di un vicino edificio rovinarono sulla navata sinistra, ed ancora nel 1944, con danni alla copertura causati da spostamenti d’aria dovuti alle bombe cadute sul porto. I restauri vennero eseguiti nel dopoguerra sotto la direzione degli ingegneri Cesare Fera e Luciano Grossi Bianchi, riportando alla luce, con il recupero dei finestroni medioevali, anche l’originaria architettura romanica della facciata, in parte alterata dalle ristrutturazioni del XV e XVI secolo. L’intero complesso è stato nuovamente oggetto di restauro nei primi anni duemila, quando venne risistemato ed ampliato anche l’annesso museo.

Testo tratto da file:///F:/S.M.Castello/Chiesa%20di%20Santa%20Maria%20di%20Castello%20%28Genova%29%20-%20Wikipedia.htm

decorazione

Santa Maria di Castello è un vero scrigno d’arte che raccoglie opere, arredi, sculture e molto altro ancora dei maggiori artisti genovesi e liguri (Bernardo Castello, Andrea Ansaldo, Domenico Piola, Giovan Battista Paggi, Domenico Parodi, Gregorio De Ferrari, ecc), di artisti extra-regionali (Leonardo Riccomanno, Giovanni Gagini, Giovanni Mazone, Aurelio Lomi, Pier Francesco Sacchi, ecc) ed internazionali (Giusto di Ravensburg), che lasciarono meravigliose opere a memoria della loro capacità.

E’ una storia che attraversa i secoli e Santa Maria di Castello è come un setaccio che ha trattenuto le preziose testimonianze del trascorrere del tempo. Si desidera, in particolare, ricordare due eventi, che hanno reso emblematico questo luogo: il primo, consiste nel fenomeno già incontrato per gli altri edifici religiosi, ossia, l’assegnazione delle cappelle alle famiglie della nobiltà cittadina, oltre agli Spinola, si ricordano qui i Grimaldi Oliva, i Giustiniani, i Sauli, i Centurione, i Brignole, ecc, ma anche a famiglie della media borghesia, sempre memori del carattere mercantile, portuale della città marinara. In secondo luogo, Santa Maria di Castello non subì il nefasto fenomeno della soppressione, anzi, fu centro di raccolta di molte opere provenienti da altri luoghi di culto che, invece, furono cancellati dal tessuto urbano come, San Domenico, il monastero dello Spirito Santo, quello dei Santi Giacomo e Filippo. Ciò spiega bene l’importanza assunta dal complesso domenicano e perché abbia ancora oggi un posto considerevole nella storia dell’arte locale.

E’ inutile spendere ancora parole circa l’appartenenza delle cappelle e la loro ricca decorazione, già ampiamente analizzata in altri siti cui si rimanda (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Castello_%28Genova%29 e http://www.santamariadicastello.it/chiesa.html). In questa sede ci si limiterà ad approfondire il discorso sulla Pala di Ognissanti.

Ludovico Brea nacque a Nizza nel 1450 c., la sua opera si colloca tra la fine del ‘400 ed i primi del ‘500, morì intorno al 1522. Il suo primo lavoro fu la Pietà tra i Santi Martino e Caterina, datata 1475, per il Monastero di Cimiez, vicino Nizza. Egli proseguì la carriera spostandosi nel Ponente ligure, in particolare, si ricorda il Polittico della Madonna della Misericordia (1483) per la Chiesa dei Domenicani a Taggia, per i quali lavorerà ancora in seguito con il Polittico di Santa Caterina (1488) ed il Battesimo di Cristo (1495). Fu al fianco di Vincenzo Foppa nel completamento del famoso Polittico per la Cattedrale di Savona, detto anche Polittico del Cardinale Giuliano della Rovere, datato 1490, ed oggi conservato nell’Oratorio di N.S. di Castello della stessa città. La prima opera genovese risulta essere l’Ascensione (1483) per la Chiesa della Consolazione, oggi in collezione privata, ma soprattutto, si ricorda la Crocifissione o Calvario, del 1490 circa, per la Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, oggi ammirabile al Museo di Sant’Agostino. La Pala di Ognissanti o Incoronazione della Vergine, fu tra le ultime opere nel maestro. Essa è firmata e datata al 1513 (in basso a sinistra: Ludovicus Brea Niciensis faciebat anno 1513), sebbene iniziata molto tempo prima. Si ricorda ancora la Conversione di San Paolo, anch’essa a Santa Maria di Castello e la Pala di Sant’Anna (1513) per la Chiesa genovese dell’Annunziata di Portoria, oggi in collezione privata.

Il suo stile si sostanzia della cultura fiamminga, però, influenzata dal contatto con Avignone. Non è dato sapere quanto il confronto diretto con il Foppa l’abbia arricchito. Dall’analisi delle sue opere emerge sicuramente un’accurata ricercatezza nell’uso del colore, sempre luminoso, brillante come la luce della Provenza, così, allo stesso modo, è meticoloso come un fiammingo nella realizzazione delle figure, nella posa impeccabile in cui le ritrae, nella finezza dei volti e delle espressioni.

La Pala di Ognissanti ha dimensioni notevoli (260×202 cm), e comprende anche una predella. Essa raffigura al centro la mandorla dove si trova la Triade Divina nell’atto di incoronare la Vergine e, intorno, la folla dei beati e dei fedeli che assiste all’evento. Una schiera di angeli separa la moltitudine dei celesti da quella dei credenti. I primi sono ammessi a godere della più diretta vicinanza alla Vergine, i secondi si trovano più lontani. Tra i Santi si distinguono in ordine i Profeti, gli Apostoli, poi le Vergini tra i Diaconi, infine i Monaci francescani e domenicani. La composizione è quindi interrotta da un breve spazio, per riprendere subito con lo stuolo dei buoni cristiani: singolare è la posizione privilegiata in cui è stata raffigurata la committente del quadro Teodorina Lomellini, vedova Spinola, seguita dai suoi due figli, collocata dal pittore proprio sul limite di tale cordone ad indicare la fervida fede della Spinola e la sua “aria di santità”. La suggestiva supposizione che la famosa Tommasina Spinola, protagonista della tragica storia d’“amor perfetto” con Luigi XII, fosse figlia di Domenico Spinola e Teodorina Lomellini, ritratta di profilo, subito dietro alla presunta madre è, purtroppo, una falsità. Tommasina Spinola nacque intorno al 1475 da Ambrogio Lomellini, quindi, il suo nome di battesimo era Tommasina Lomellini, passata alle cronache come Spinola perché sposò il Doge Battista Spinola fu Tommaso. (Notizie tratte dal saggio di Maria Croce Bellentani, “Intendyo” di Tommasina Spinola e il Re di Francia, Savona 1982). L’identificazione dei personaggi appartenenti alla calca dei cristiani ha interessato diversi studiosi dell’arte e storici: si sono individuati, senza nessuna certezza, l’autoritratto del pittore, Cosimo e Lorenzo De Medici, modelle botticelliane (Simonetta Cattaneo?), Savonarola. Si ricorda, invece, come valido riferimento l’articolo di Renato Iannacchino (Spazio urbano e spazio sacro nella Genova del XV secolo, in La Casana, n.1/2000) dove scrive: «Se consideriamo che la pala era stata commissionata per essere posta nella costruenda cappella voluta da un ramo della famiglia Spinola e che questa, nei suoi equilibri politici cittadini, aveva confermato la propria alleanza con i Fregoso, i quali in quegli stessi anni occupavano la carica di doge, appare sostenibile l’ipotesi che vede nei “cittadini” raffigurati nel primo cerchio i componenti dell’Albergo, dove i rappresentanti della famiglia Spinola hanno chiaramente una posizione di prestigio». Questa non vuole essere una presa di posizione di parte, semplicemente, si ritiene più corretto pensare che i volti così accuratamente ritratti da Brea siano di personaggi realmente vissuti all’epoca, con maggiore probabilità Spinola, ma anche nobili legati a questo casato di cui, purtroppo, oggi non rimane alcun ritratto per poter confermare questa ipotesi. Giovanna Petti Balbi pone, invece, l’accento su un altro aspetto importante tramandato da questo dipinto: esso mette in scena gli aspetti della vita sociale del tempo, infatti, vi sono rappresentati con dovizia gli abiti, le acconciature, i gioielli, la moda, immortalando così uno spaccato dei tempi.

Questa pala ebbe scarsa fortuna critica, soprattutto visto quanto ne scrisse Gian Vittorio Castelnovi (Il Museo di Santa Maria di Castello, Genova 1960): «E se questa Incoronazione della Vergine (…) risulta un quadro indimenticabile, non sarà davvero per la potenza o la profondità dell’idea, ma piuttosto per l’incontro insolito con la moltitudine di queste figurette (…) così precisamente individuate nei tipi e nei costumi, per questa folla che diventa un’aiuola di rarissimi fiori, un arazzo splendido e prezioso come un’oreficeria; mentre a nessuno potrà sfuggire l’anacronismo della grande pala pensata come una pagina miniata quando ormai anche per le miniature spirava un’aria grandiosa ed eroica. (…) Il Brea finisce col mettere in scena un grande spettacolo mondano, terragno e arciprofano. (…) E tutta quella folla inginocchiata in primo piano non è da dirsi proprio devota, impegnata com’è a commentare la notizia recata dagli angeli e passata di bocca in bocca, bisbigliata da un cappellano all’altro come un pettegolezzo nella buona società». Oggi questo punto di vista è stato, in parte, superato grazie al contributo, già citato, di Renato Iannacchino. E’ vero, per l’epoca era ormai una composizione anacronistica, ma bisognerebbe tenere presente quanto le indicazioni fornite dalla committenza abbiano inciso in questa scelta, alla luce del fatto che la reale capacità creativa e di resa del paesaggio del pittore viene fuori proprio nella sottostante predella, quindi, è inattaccabile. Iannacchino fa notare, invece, come Genova fosse devota alla figura di Maria: «Già nel XII secolo l’insediamento dei nuovi consoli avveniva nel giorno della festa dedicata alla purificazione di Maria, il 2 febbraio; nel XVII secolo si ebbe poi la proclamazione di Maria a regina di Genova. Il potere comunale quindi viene esercitato sotto la tutela e per volontà dell’Assunta, per questo l’immagine scelta appare quanto mai appropriata ad accompagnare l’ascesa al potere di un nuovo doge che, ponendosi sotto la protezione della Vergine, si assicurava così anche il consenso popolare». Ciò spiega bene da dove il Brea prenda l’atmosfera di “festa mondana”, è quanto lo stesso pittore poté vedere in Genova durante le celebrazioni liturgiche in onore della Vergine e come tali le rappresentò; ovviamente, non si tratta del concorso di popolo, quanto piuttosto, di come questa festa religiosa fosse vissuta dall’aristocrazia cittadina.

Un ultimo aspetto è l’individuazione del pensiero compositivo del Brea o, semplificando, il significato del quadro. Esso, a mio avviso, è stato colto soltanto da Renato Iannacchino. E’ necessario però, prima, analizzare la predella: essa rappresenta il Compianto su Cristo morto. La composizione è calata in un limpido paesaggio, molto distante dal sovraffollamento della pala, s’intuisce chiaramente la riviera di Levante con il profilo del Monte di Portofino affacciato sul suo specchio di mare su cui veleggiano alcune imbarcazioni. Questo paesaggio che, fra l’altro, è stato definito da Ennio Poleggi e, prima, da Orlando Grosso, «la prima credibile rappresentazione su tavola della città», (vista da Ponente verso Levante), si contrappone quindi alla “pagina miniata” soprastante. Non è solo lo sfondo paesaggistico ad opporsi alla Pala, ma anche il soggetto. Iannacchino ne fa una questione teologica e scrive in conclusione: «(…) la chiesa del resto aveva dei giorni prestabiliti, poi eliminati, per celebrare ognuno dei sette dolori di Maria, al più tragico dei quali è dedicata la predella, che non poteva non essere ambientata in uno spazio realistico e riconoscibile, a fare da contraltare alla gioia della incoronazione, in una visione però coerente all’ordine Domenicano». Il dolore più grande per una madre è la morte del figlio e, infatti, al centro della predella vi è la figura di Maria piangente il corpo di Cristo, in antitesi alla gioia più grande della Vergine, quella di poter ritrovare il Figlio nei Cieli, così, nell’Incoronazione è Maria ad essere premiata dalla Trinità. Schematizzando questa struttura logico-compositiva si potrebbe dire: “Compianto su Cristo morto – dolore – paesaggio terrestre”, separati sia teologicamente sia concretamente dall’“Incoronazione della Vergine – gioia – folla di Beati e fedeli in Paradiso (ambiente surreale, immaginario)”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_Brea http://www.fosca.unige.it/gewiki/index.php/Ludovico_Brea,_Pala_di_Ognissanti http://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-brea_%28Dizionario-Biografico%29/ http://www.gruppocarige.it/gruppo/html/ita/arte-cultura/la-casana/2000_1/arte.htm

 

A cura di Silvia Melogno                                              Pubblicato il 22 febbraio 2015

bibliografia

Per Santa Maria di Castello:

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  • Alizeri Federico, Guida illustrativa del cittadino e del forestiero per la città di Genova e sue adiacenze, Genova 1875, pp. 67-76
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  • Vigna Raimondo A., I domenicani illustri del convento di Santa Maria di Castello in Genova, Genova 1886
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  • Poleggi Ennio, Santa Maria di Castello e il romanico a Genova, Genova 1973
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Per Ludovico Brea e la Pala di Ognissanti:

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  • Castelnovi Gian Vittorio, Il Museo di S. Maria di Castello: guida per il visitatore, Genova 1960
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  • Poleggi Ennio, Santa Maria di Castello e il Romanico a Genova, Genova 1973
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  • Schwok Claire-Lise, Louis Bréa ca. 1450 – ca. 1523, Paris 2005
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